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ETICA E LEADERSHIP.

Il dibattito sul concetto di leadership e sulle basi “forti”, etiche e morali, su cui deve svilupparsi è un tema di grande attualità. La leadership etica e socialmente responsabile si basa sull’ipotesi di interazioni orientate a un risultato che porti un vantaggio reciproco alle parti coinvolte. Dovrebbe, quindi, creare situazioni "vincenti" nei confronti di tutte le quattro dimensioni della leadership: il leader, gli altri, gli obiettivi e il sistema.

 Dunque interrogarsi su un’etica del buon governo della res pubblica, e sugli strumenti indispensabili che a questo fine occorre possedere e applicare, è un dovere e una responsabilità della classe dirigente. E questo interrogarsi sui valori dovrebbe partire dalle domande fondamentali, quelle che hanno guidato la storia del pensiero e la riflessione dell’uomo sui grandi temi spirituali. La filosofia si è costituita prima del divario tra scienza moderna e religione, basti pensare a Democrito e all’atomismo. Le matrici cattoliche o protestanti, l’ateismo anticlericale, l’agnosticismo, il deismo e il culto nella natura sono tutte visioni del mondo di cui è importante prendere coscienza in modo culturale e non dogmatico se ci si vuole aprire a una vera libertà e apertura di pensiero.

Accogliere e fare proprie le domande della filosofia è il dovere intellettuale e morale di ogni futuro leader, perché solo la pratica del libero pensiero è in grado di liberare dal pregiudizio dogmatico.

 Assistiamo da tempo a una progressiva perdita di livello della classe dirigente, che dipende in gran parte dalla scarsa frequentazione con il ragionamento sul senso della vita, sulle domande fondamentali dell’esistere. Da qui il valore propedeutico e formativo dell’interrogarsi con profondità sui valori aldilà delle risposte preconfezionate, dei dogmi forniti dal mito, dalle religioni positive o dalla fede incondizionata nella tecnologia.

È fondamentale trovare visioni comuni per costruire una leadership etica, anche se ciò si scontra con un relativismo forte e concezioni molto distanti spesso fondate su religioni con visioni del mondo molto diverse. Viviamo in un tempo di crisi, ma crisi non vuol dire negatività. Significa trasformazione.

 Il cambiamento però deve partire dalla comprensione dei motivi della debolezza di questo sistema sociale.

 Stanno tramontando le grandi narrazioni metafisiche ed etiche: la religione, ma anche il mito della conoscenza, il mito della tecnica, il mito della crescita e dell’espansione economica senza limiti. Di fronte alla perdita di punti di fondamento, per quanto preconfezionati o dogmatici, non disponiamo più di punti di appoggio e si fa largo uno scetticismo radicale e il demone del nichilismo che uccide la speranza. L’Italia attraversa un processo di declino che non è certo recente. Siamo sulla linea di galleggiamento sempre prossimi ad inabissarci, ma anche sempre pronti a riemergere: in fondo è una condizione di instabilità permanente nella storia e nella realtà del nostro Paese, con difetti strutturali endemici interrotti da improvvisi lampi di genialità ed eccellenza.

 Essere professionisti della politica dedicandosi a questo con una passione esclusiva per certi aspetti può rivelarsi un limite. Cultura ed esperienza sono infatti gli strumenti indispensabili per costruire competenza in quel compito supremo della politica che è la gestione della res publica. L’uomo politico deve dunque possedere competenze e non deve trascorrere tutta la vita nelle istituzioni perché ciò rischia di allontanarlo dalla società civile e dalla vita quotidiana. Bisogna ritornare alla gratuità dell’impegno politico e alla ricerca del bene comune come missione disinteressata. Deve ritornare a prevalere l’interesse collettivo dopo una stagione dominata dalla presenza di macroscopici conflitti di interesse e prevalenza dell’interesse privato. Il sistema politico non può rinchiudersi a riccio in una difesa a oltranza del privilegio corporativo, delle guarentigie e delle immunità parlamentari, contribuendo a separare il divario tra lo status uomo politico parlamentare da quello di semplice cittadino. Siamo scesi sotto la soglia accettabile di etica pubblica a causa di un abbassamento della tensione ideale e di un sistematico uso privato della cosa pubblica.

 L’intera classe politica deve rigenerarsi.

 Laddove non c’è ricambio e dove non ci sono regole per il ricambio il sistema si trasforma in gerontocrazia. Oggi, a causa del bicameralismo perfetto, siamo in presenza di un numero troppo elevato di parlamentari: un problema che oltre ai costi economici che comporta, investe anche la sfera della qualità dei politici eletti, ne inficia la trasparenza dell’azione e la possibilità di un reale controllo politico da parte dell’elettorato, favorendo le occasioni di trasformismo e i ribaltoni nelle alleanze. Si deve valutare l’ipotesi di porre limiti alla reiterazione degli incarichi politici e istituzionali, il mandato parlamentare non deve durare più di un certo numero di legislature altrimenti il potere si fossilizza.

 Dobbiamo aprire le porte della politica e della leadership ai giovani, impendendo al sistema di auto-riprodursi al suo interno reiterandosi in cloni sempre uguali a se stessi. Ma il ricambio della classe dirigente e l’apertura a una nuova leadership può realizzarsi solo grazie a un lavoro di ricostruzione culturale in profondità a partire dalle nuove generazioni.

Serve una nuova agorà, una palestra formativa, emotiva e intellettuale, per alimentare un agone dialettico e crescere nel confronto leale della diversità delle visioni del mondo, discutendo insieme sul senso della vita e facendo scaturire attitudini proprie di una vera leadership.

 Possiamo scorgere un embrione della nuova agorà in Internet, il mezzo che più di tutti consente alle minoranze di affiorare dal sommerso alla visibilità riequilibrando per certi aspetti il potere mediatico dall’opinione di maggioranza. Internet consente alle minoranze di avere una voce, di esprimere un dissenso, di comunicare una interpretazione dissenziente e alternativa con la stessa forza di chi detiene il potere e controlla gran parte della comunicazione. La forza travolgente dell’impatto dei nuovi media nell’informazione e nella mobilitazione politica è certamente il fattore più innovativo che sta contribuendo in modo essenziale alla mutazione del sistema della comunicazione politica.

 L’unico limite è quello della virtualizzazione della relazione tra persone. L’agorà è per definizione intessuta di contatto diretto personale e non può essere pienamente surrogata da un suo simulacro come il web. I social network consentono alle persone di trovarsi virtualmente, ma viene a mancare la sostanza emotiva e fiduciaria che si può sperimentare solo frontalmente in una relazione reale con l’altro che si staglia frontalmente con la sua presenza. Il web è una protesi della mente, è un luogo di creazione di una mente collettiva, di una comunità oltreumana, di una intelligenza che trascende e supera l’individuo. È una scintilla utile a innescare a provocare la discussione tra comunità di interessati ma deve poi trovare uno sbocco concreto in una azione in grado di unire le persone in modo reale.

 Una volta lo strumento di comunicazione e contatto per eccellenza del leader con la comunità era il comizio, il bagno di folla: la presenza del corpo del leader in mezzo alle persone sapeva creare suscitare emozione e aggregazione politica. La leadership non passa attraverso lo spazio della scrittura, la mediazione di un testo: il leader agisce nello spazio dell’oralità, attraverso l’emozione che riesce a muovere, l’attrazione che riesce a mobilitare. Il leader si costituisce in modo relazionale e diretto.

Nella società digitale prossima ventura potremo forse passare dal voto al sentiment, dal voto alla valutazione giorno per giorno del leader, alla testabilità continua del consenso e del dissenso che, se opportunamente gestita in condizioni di assoluta trasparenza, potrebbe effettivamente mutare in modo radicale la relazione con la pubblica opinione.

La misurazione tangibile dell’opinione in un futuro non lontano potrebbe aprire spazi veramente innovativi al modello di rappresentanza politica e trasformarla in un referendum permanente in tempo reale. Ciò comporterebbe valutazioni continue e limiti molto forti al potere politico che vedrebbe scalfita la regola fondamentale della delega in bianco per tutta la durata di una legislatura.

 Veniamo da un periodo di involuzione e deterioramento della pratica della discussione politica. Dobbiamo riappropriarci come paese, come pubblica opinione, come rappresentanti del mondo della politica, dell’onestà intellettuale come criterio di qualità della libera discussione, dobbiamo riacquisire la virtù dell’apertura al dialogo come metodo e pratica del discorso pubblico. Il modello proposto dai format politici è sempre più intessuto di agonismo retorico e sconta l’assenza di una libera discussione di idee. E’ questo il grave limite di una politica desertificata dei suoi motivi ideali e vitali, inceppata su se stessa, che deve riattivare modelli di consenso non più basati solo sul pregiudizio e la polemica ma capaci di offrire informazione e conoscenza. Assertività non è imporsi ma riconoscere di essere in una dimensione di rispetto reciproco cercando di far valere le idee e non la personalità. Oggi si vive di individualismo, di schematizzazioni e ideologie ereditate da modelli culturali preconcetti. Il rischio è un relativismo morale utilizzato come alibi per il disimpegno e il qualunquismo. C’è bisogno di riconfigurare una pregnanza culturale della politica che attinga a un maggiore idealismo.

 La leadership si fonda sulla capacità naturale di un individuo di insegnare a chi lo ascolta a sognare e a desiderare, ad avere in sostanza degli obiettivi. Oggi le persone hanno sempre meno coscienza di cosa realmente desiderano. I nostri giovani esprimono una assenza di direzione e un diffuso disorientamento.

La leadership è fondata sulla abilità di ispirare e trasmettere fiducia. La fiducia a sua volta si sviluppa partendo dalla stima. Senza la stima il solo apparato ideologico non è in grado di creare un consenso e una leadership. Il leader deve saper leggere e interpretare le persone e la realtà, deve vivere in mezzo alle persone e accettare i rischi dei fischi conservando sempre una mente mobile. Soprattutto deve avere capacità di comprendere, perché la vera competenza è la sensibilità e il sesto senso relazionale.

 Si arriva allora ad un’altra questione da sempre dibattuta. Qual è il rapporto tra leadership e verità? Nella leadership si deve dire la verità? Certamente, ma non sempre tutta la verità. E qui si torna a un discorso etico. Chi stabilisce il limite di ciò che è opportuno dire o tacere? La leadership politica spesso si fonda sul tempismo, sull’individuazione del momento più opportuno e su una verità figlia della opportunità. Il leader non può dire sempre tutta la verità ma non deve nemmeno dire il falso, non deve tradire gli uomini e la verità stessa. La manipolazione della verità spesso dipende da un presupposta “ragione di stato”, che apre la porta all’abilità manipolativa del potere politico e all’uso strumentale della demagogia. L’etica invece evoca un uso corretto e veritiero della parola fondato sul rigore del linguaggio e il rispetto della lealtà e della buona fede dell’interlocutore.

 La buona politica si fonda sulla condivisione, sulla capacità di mettere in comune un linguaggio di valori, se non universali, quantomeno accettati da una comunità. La vera leadership è energia di trasformazione non-violenta e creazione di una convergenza verso un obiettivo condiviso. Senza la tolleranza tra le persone non si costruisce una società futura. Bisogna imparare ad aprirsi verso l’incognita rappresentata dall’altro, dal diverso, altrimenti finiscono per prevalere solo gli aspetti più oscuri e individualistici, le paure che albergano dentro ognuno di noi.

 Questa forma di meditazione non-violenta di matrice buddista che ci apre alla condivisione con il tutto che deve ispirare l’azione positiva per costruire una alternativa al crollo di valori e al nichilismo disperato.

 Fabio Rossello